Euro

INDICE 1. INTRODUZIONE ……………………………. ……. …….. pag. 3 2. I PARAMETRI DI MAASTRICHT……………………. …pag. 3 3. CRITERIO DEL TASSO D’INFLAZIONE….. …………. pag. 5 4. PARAMETRO DEL TASSO D’INTERESSE………….. pag. 6 5. PARAMETRO DEL RAPPORTO DISAVANZO/PIL…. pag. 6 6. PARAMETRO DEL RAPPORTO DEBITO/PIL………. pag. 8 7. APPARTENENZA DA ALMENO DUE ANNI AGLI ACCORDI DI CAMBIO EUROPEI SENZA SVALUTAZIONI…….. pag. 9 PATTO DI STABILITA’ E DI CRESCITA……………… pag. 9 CONCLUSIONI………………………………. ………. …. pag. 11 RIFERIMENTI E BIBLIOGRAFIA………………. ………… pag. 3 1. INTRODUZIONE. L’Europa, dopo anni travagliati, finalmente il 01. 01. 2002 ha introdotto una moneta unica, l’euro, che oltre ad avere quest’accezione di moneta corrente nei dodici Paesi dell’Unione (Austria, Belgio, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna) ha assunto un significato ben piu profondo, ma cerchiamo di andare con ordine. Prima di tutto inseriamo un inquadramento storico, molto rapido, per comprendere come siamo arrivati a questo traguardo: . Nel 1978, nasce il Sistema Monetario Europeo (SME), prima organizzazione monetaria riguardante i tassi di cambio delle monete, in cui le Banche Centrali s’impegnavano a contenere la fluttuazione dei cambi bilaterali e cio attribuiva maggiore stabilita al sistema; b. Nel 1979, arriva l’ECU (European Currency Unit), che costituiva il

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punto di riferimento per lo SME, non una valuta vera e propria, ma un’unita di conto per rapportare le diverse monete europee; c. Il 7 febbraio 1992 gli Stati membri, con il

Trattato di Maastricht, fissavano alcuni parametri (che osserveremo piu avanti nello specifico) per l’adesione all’unita monetaria e l’ingresso nell’euro; d. Nel 1994 i Paesi UE fondavano l’Istituto Monetario Europeo, istituzione che svolgeva tutte quelle operazioni che permetteranno di far nascere e poi operare la Banca Centrale Europea; e. Nel 1995 avveniva il battesimo dell’euro; f. Nel 1998 gli Stati membri fondavano la Banca Centrale Europea che, tra gli altri, ha la funzione di stabilire i cambi con le altre valute (extra UE) e di fissare il valore dei tassi; . Il 3 maggio 1998 si venivano a conoscere gli undici Paesi europei che faranno parte della moneta unica, ossia che rispettavano i parametri di Maastricht. h. Nel 1999 partiva l’euro, come moneta virtuale; i. Il 1° gennaio 2002 arriva nelle nostre case l’euro. Adesso, cerchiamo di analizzare le regole che hanno condotto gli undici Paesi europei ad entrare, subito, nella moneta unica ed uno (la Grecia) ad essere ammesso a distanza di alcuni mesi. 2. I PARAMETRI DI MAASTRICHT.

I vari Paesi Europei hanno dovuto superare un esame che verteva sulla regolarita di cinque parametri economici. I termini di valutazione derivano dal rapporto di convergenza e sono i seguenti: a. Tasso di inflazione: criterio della stabilita dei prezzi, l’indicatore preso in considerazione per verificare che i prezzi in un dato paese siano stabili e l’indice armonizzato dei prezzi al consumo, o tasso d’inflazione, in ogni Stato non deve superare di piu dell’1,5% la media dei tre paesi con l’inflazione piu bassa (Austria = 1,1%,

Francia = 1,2%, Irlanda = 1,2%, media = 1,2%; valore massimo = 2,7%); b. Tasso di interesse: regola della stabilita dei tassi di interesse, indicatore utilizzato le Obbligazioni dello Stato a 10 anni, i Paesi membri devono dimostrare la stabilita raggiunta anche attraverso questo parametro, i saggi d’interesse non devono superare di oltre il 2% quelli dei tre Stati membri che avranno conseguito i migliori risultati in termini di stabilita dei prezzi (media = 5,8%, valore massimo = 7,8%); c.

Rapporto Disavanzo pubblico/PIL: il principio del disavanzo annuale del settore pubblico; il deficit, vale a dire la differenza tra entrate e uscite di un anno, non deve superare il 3% del PIL, nel caso dovesse essere superiore al 3% negli anni successivi all’entrata nella moneta unica, dovra in ogni caso diminuire gradualmente fino al livello stabilito (patto di stabilita e di crescita), questo e l’unico valore che deve essere rispettato negli anni successivi, pena gravi sanzioni economiche; . Rapporto Debito pubblico/PIL: il rapporto non deve essere superiore al 60%, e tuttavia soddisfacente che il rapporto stia “riducendosi in misura sufficiente, avvicinandosi al valore di riferimento con ritmo adeguato”, e il caso di quasi tutti i Paesi poi entrati, tranne Finlandia, Lussemburgo e Francia per i quali era in misura inferiore al valore citato, ad esempio l’Italia dove il rapporto era superiore al 120%, era in ogni modo in costante discesa dal governo Prodi in avanti; . Appartenenza da almeno due anni agli accordi di cambio europeo senza svalutazioni: norma della stabilita dei tassi di cambio dove e preso in considerazione il rispetto della banda di oscillazione dello SME, in pratica il trattato prevedeva che, per almeno due anni, erano rispettati i margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio dello SME (+ 2,25%) (come accennato nell’introduzione).

Aderendo alla moneta unica i Paesi hanno dovuto accettare anche di perdere la sovranita sulla moneta: in un sistema di cambi flessibili le Banche Centrali utilizzavano un ottimo strumento di politica monetaria ossia il deprezzamento della moneta quando lo Stato voleva far recuperare competitivita ai beni dei propri imprenditori nei mercati internazionali o l’apprezzamento quando desideravano far recuperare potere d’acquisto; adesso l’euro e controllato dalla Banca Centrale Europea e, quindi, interventi simili tra Paesi appartenenti all’area euro non saranno piu possibili.

Questi famigerati parametri furono considerati alla base per la costituzione di un Sistema economico fortemente stabile: il primo ed il secondo parametro servono per non ledere l’economia del proprio Paese ed il terzo e quarto per non pregiudicare quella degli altri, il quinto per non ridurre il prestigio del Paese. Ora passiamo ad analizzare uno ad uno questi criteri. 3. CRITERIO DEL TASSO D’INFLAZIONE

Questa regola legata alla stabilita dei prezzi, come si e osservato prima, ha lo scopo di non arrecare danni alla propria economia. Aumentando l’inflazione, infatti, le imprese dovrebbero imbattersi in un aumento dei costi delle materie prime e per mantenere il loro margine di profitto sarebbero costrette ad aumentare i prezzi, perche, come abbiamo gia accennato, non e piu detenuto lo strumento della svalutazione della moneta per recuperare competitivita nei mercati esteri a livello nazionale.

In considerazione che l’aumento dei prezzi comprimerebbe i salari reali, le organizzazioni sindacali richiederebbero ed otterrebbero prontamente un aumento dei salari monetari comportando questo una nuova crescita dell’indice che condurrebbe l’economia verso l’inizio di un “circolo vizioso” di espansione dell’inflazione, che condurrebbe ad un rallentamento dello sviluppo economico e l’aumento probabile della disoccupazione di un Paese, dovuta all’innalzamento della curva di offerta aggregata che determinerebbe una minore produzione industriale.

Analizzando il comportamento tenuto dall’Italia, dopo la firma del trattato, possiamo affermare che questo concordava con un processo di risanamento e, soprattutto, che era stato definito come obiettivo fondamentale il rispetto dei limiti posti all’incremento delle retribuzioni nel settore pubblico, da rapportarsi all’inflazione programmata, quale orientamento per la dinamica dei redditi nominali nel settore privato, per le pensioni, per le tariffe ed i prezzi amministrati.

Questo ed altri interventi, relativi al risanamento della finanza pubblica, hanno convinto i mercati della bonta del programma di governo italiano ed hanno garantito l’inizio di un “circolo virtuale” che ha portato all’ottenimento degli obiettivi che l’Italia si era posta. Secondo alcuni economisti, l’Italia e riuscita ad ottenere il rispetto di questo vincolo, riferito all’indice dei prezzi al consumo, nche attraverso il ricorso sistematico a determinazioni monetarie unilaterali o semplicemente in conseguenza della debolezza dell’attivita interna, sia a livello d’investimento, che di consumo: opinioni condivisibili che non riducono il risultato raggiunto. Per comprendere lo sforzo fatto dal nostro Paese, sul controllo dell’indice dei prezzi, basti pensare che, all’inizio, si avvicinava a valori a due cifre.

L’analisi di questo parametro si spiega meglio, analizzando quello relativo alla stabilita dei tassi d’interesse, poiche l’esperienza dell’ultimo decennio ha dimostrato un rapporto positivo fra il livello di crescita dei prezzi e l’interesse del denaro di lungo periodo. 4. PARAMETRO DEI TASSI D’INTERESSE. Il tasso d’interesse rappresenta il prezzo di rischio che applica una Nazione sui propri titoli per invogliare gli operatori ad acquistare: piu e alto, piu significa che il rischio e elevato.

Un’economia sana, quindi, ha un tasso basso. Dagli anni ’90 c’e stata la decisione dei Paesi maggiormente industrializzati di aprire i propri mercati finanziari, che ha portato una situazione di competizione internazionale. Il tasso d’interesse spesso e legato al valore dell’inflazione: un operatore sceglie di fare investimenti in un mercato qualora sia piu favorevole il saggio d’interesse calcolato al netto dell’inflazione.

Questo indicatore, come l’altro, serve, come abbiamo gia osservato, per non arrecare danni all’economia di un Paese. Un livellamento dei tassi d’interesse determina un aumento di richiesta di finanziamento dalle Imprese, che fa aumentare gli investimenti e diminuisce i costi sostenuti da queste (giacche pagano minori interessi), comportando un notevole contenimento dei prezzi ed un aumento della Domanda. Questo dimostra che il valore del tasso d’interesse e collegato a quello dell’inflazione.

Analizzando bene questo indicatore si puo osservare quali benefici produce nella Contabilita nazionale: infatti, se lo Stato contrae i tassi di lungo termine si assicura per il futuro una riduzione delle Spese dovute al rimborso degli interessi e quindi riduce anche un altro elemento quello del Disavanzo pubblico. Inoltre, se uno Stato interviene riducendo questi saggi d’interesse vuole generare nel mercato delle aspettative positive ossia favorevoli alla ripresa della crescita industriale che portera ad una riduzione della disoccupazione.

Adesso con l’unificazione monetaria, il tasso d’interesse e concertato a livello centrale tra tutti i Paesi e, quindi, e un elemento che non e piu gestito dalle varie Nazioni. 5. PARAMETRO DEL RAPPORTO DISAVANZO/PIL. Innanzi tutto, prima di passare a trattare di questo criterio di sanita della finanza pubblica, occorre ricordare che il disavanzo nella contabilita statale e un saldo negativo tra le Entrate e le Spese della P. A..

Nella mente degli economisti e dei politici che avevano costruito l’apparato di questo trattato sicuramente vi era un’Unione Economica e Monetaria composta di Paesi con un Bilancio Pubblico “sano”; inoltre, desideravano fortemente, inserendo questo elemento ed il criterio legato alla stabilita del Debito Pubblico, di far entrare Stati che non fossero in grado di arrecare negativita alle economie degli altri partners. Esaminando la realta del nostro Paese possiamo indicare che il rapporto Disavanzo pubblico/PIL dell’Italia, al momento della firma del Trattato, era circa il 12% e l’obiettivo era il 3%.

In passato, l’Italia ha, comunemente, avuto spese maggiori rispetto alle entrate; questo incideva sulla formazione di un disavanzo che doveva colmare emettendo titoli del Debito pubblico. Adesso nello sforzo proteso a risanare il bilancio, il governo italiano doveva curare il disavanzo cronico degli anni ’90; per fare questo aveva la necessita anche di apportare delle riforme strutturali: la principale modificazione fu quella delle pensioni affiancata da quella della sanita e della finanza locale, per ridurre i trasferimenti statali ai cittadini.

Osservando il Bilancio pubblico ci accorgiamo che la “fetta” piu grossa delle entrate e rappresentata dalle Imposte le quali sono circa il 95%, seguite da altre voci come affitti e vendite di prodotti che si assestano su quote del 5%, ma come si sa, aumentare solamente le imposte alimenta il malcontento e quindi quelle innovazioni erano necessarie a contenere l’espansione della spesa.

Per di piu, dando al mercato questi segnali che limitavano l’incertezza delle attese (supportate anche da una serie di finanziarie molto rigorose di quegli anni), l’Italia poteva intervenire riducendo i tassi d’interesse. Esse avrebbero portato quel “circolo virtuoso” con cambi stabili, inflazione e tassi d’interesse bassi. Ritornando all’obiettivo del 3% del rapporto Deficit/PIL, si deve affermare che ci fu una ragione per scegliere questa ercentuale, in altre parole cio si spiegava affermando che costituiva all’incirca la quota “nobile” della Spesa nei Paesi Europei rappresentata dagli Investimenti Pubblici. I due elementi legati al Bilancio Pubblico, come abbiamo gia osservato, sono veramente connessi: ad esempio e difficile intervenire sul disavanzo se non si attua una cura particolare pure sul Debito pubblico poiche su quest’ultimo e necessario che lo Stato paghi gli interessi che incidono sul disavanzo; inoltre, il Deficit influisce sul Debito, perche reiterandosi questa situazione di bilancio negli anni, si alimenta il Debito.

L’Italia approssimandosi il termine dell’esame dei suoi dati contabili utilizzo un artifizio, come altri Paesi europei, rappresentato dall’eurotassa (che alzava il livello di gettito fiscale) per abbassare il Disavanzo. Questo valore e l’unico che e rimasto, anche se prende un altro nome: “patto di stabilita e di crescita”, che studieremo piu avanti.

Le critiche sul modo in cui i Paesi Europei sono pervenuti a questo risultato sono state diverse, una su tutte e quella del Fondo Monetario Internazionale, che dopo aver condotto uno studio nel 1997, approfondito sulle riforme realizzate nei Paesi dell’Unione per equilibrare i bilanci pubblici, ha concluso che i cambiamenti attuati sono insufficienti a riportare i conti pubblici verso un sentiero di maggiore sostenibilita.

Le misure per ridurre il deficit, infatti, che sono state preferite, erano volte fondamentalmente ad un mantenimento o ad un aumento delle entrate (imposte), piuttosto che alla riduzione della spesa che, in ogni caso, e stata ridotta contraendo le uscite per investimenti piuttosto che le spese correnti. A quest’eminente giudizio, fu risposto da alcuni rappresentanti europei che, in ogni caso, le prospettive per il 1998 fanno ugualmente prevedere un’accelerazione del processo di convergenza economica di tutti i Paesi. 6. PARAMETRO DEL RAPPORTO DEBITO PUBBLICO/PIL

Questo rapporto, come il precedente, e legato al risanamento del Bilancio Pubblico. Introducendo il parametro del deficit, avevamo osservato che, quando nel Bilancio di uno Stato le Spese superano le Entrate, avviene un disavanzo che e pareggiato con l’emissione di titoli; negli anni questo forma il Debito Pubblico. Spesso accade che per rimborsare titoli di Stato si ricorra all’emissione di nuovi titoli incrementando cosi il Debito; questa e la tentazione di molti Paesi: il rischio e di entrare in una crisi senza uscita.

Per assurdo, se l’Italia avesse dovuto restituire tutto il Debito Pubblico, sarebbe stata obbligata a creare un’enorme imposta per un periodo pari alla durata media dei titoli al rimborso (circa cinque anni: quindi almeno occorreva recuperare sei – otto milioni a persona ogni anno) che avrebbe causato sicuramente un grave problema d’ordine pubblico. Dall’altra era, pero, vero che siccome il Debito era sottoscritto in gran parte dagli italiani, questi avrebbero ricevuto le quote investite.

In Italia, al momento della sottoscrizione del trattato, il rapporto Debito Pubblico/ PIL era dell’ordine di circa il 125% a fronte di un obiettivo del 60%. Successivamente i governi hanno emesso alcune leggi finanziarie molto rigorose aventi come fine il continuo abbassamento della quota del debito. La stabilizzazione del debito si e ottenuta anche attraverso il gettito da privatizzazioni che ha rappresentato un elemento importante per il risanamento del bilancio pubblico, contribuendo significativamente, come detto, alla riduzione del rapporto debito/PIL nell’arco del periodo di riferimento.

La corsa per l’entrata in Europa dell’Italia, anche se partiva da posizioni svantaggiate, era possibile: infatti, vi erano i margini di ripresa economica che avrebbero consentito l’abbassamento del Debito Pubblico. Negli anni 2000 la politica del governo italiano prevede, in un’ipotesi ottimistica, che ogni anno sia tagliato il Debito in termini di circa il 5% del PIL, mentre in un’ipotesi pessimistica solo del 3%.

Il parametro del rapporto Debito Pubblico/PIL era l’unico che poteva non essere rispettato alla lettera, anche perche alla fine del 1997 molti Stati non rientravano nel valore (gli unici in possesso di questo requisito erano Francia, Lussemburgo e Finlandia) ed il “virtuoso” Belgio era in una posizione peggiore di quella italiana. L’importante era garantire che esisteva un progetto credibile per ridurre questo rapporto ed in futuro portarlo al traguardo richiesto.

Il rientro al parametro sul Debito era anche un impegno morale che le Nazioni si erano prese nei confronti non solo dell’Europa, ma anche delle generazioni future. La ragione del rapporto del 60% Debito/PIL si spiegava perche, al momento del trattato di Maastricht, questa era la media europea, che poi aumento per la congiuntura negativa, che provoco una minor crescita quindi causo gli aumenti di Spesa pubblica per gli interventi per far riprendere la crescita. 7. APPARTENENZA DA ALMENO DUE ANNI AGLI ACCORDI DI CAMBIO EUROPEI SENZA SVALUTAZIONI.

Con questo parametro e preso in considerazione il rispetto della banda di oscillazione del Sistema monetario europeo. In pratica il trattato prevede che, per almeno due anni, siano rispettati « i margini normali di fluttuazione previsti dal meccanismo di cambio dello SME ». Inoltre, sempre per due anni, la moneta non deve aver subito svalutazioni. Questo rappresenta un elemento di affidabilita di una Nazione. In passato per elevare la competitivita dei propri beni nei mercati internazionali alcuni Paesi, tra cui l’Italia, erano soliti deprezzare la propria moneta.

Negli anni considerati ai fini della verifica, questo strumento non e stato piu utilizzato dai Paesi interessati ed adesso all’interno dell’unione monetaria non e piu utilizzabile, mentre nei rapporti tra l’euro ed altre monete e gestito dalla BCE. 8. PATTO DI STABILITA’ E DI CRESCITA. Di tutto l’apparato di verifica e rimasto in piedi, il Patto di Stabilita e di Crescita (approvato nel vertice di Amsterdam del 17. 06. 1997) collegato all’obiettivo del 3% del rapporto Disavanzo/PIL. Tutti gli anni i Paesi, devono presentare un programma particolareggiato che contiene: a.

Il traguardo di medio termine di un saldo prossimo al pareggio o in attivo, specificando le regole per conseguire quest’obiettivo e l’andamento previsto del rapporto tra debito pubblico e PIL; b. I provvedimenti di bilancio e delle altre misure di politica economica; c. Le principali ipotesi sulle prospettive economiche (occupazione, crescita, inflazione e altre); d. L’analisi delle ripercussioni di eventuali modifiche delle principali ipotesi economiche sulla situazione di bilancio e sul debito. A titolo di esempio si riporta la tavola tratta dal Programma di Stabilita italiano del 2001, dove sono riportati alcuni parametri citati.

Nel caso uno Stato non pervenisse a questo risultato, dovra versare un deposito infruttifero obbligatorio (paga quindi gli interessi) di valore in ogni modo non superiore allo 0,5% del PIL. Se entro due anni questo disavanzo non dovesse ridursi sotto il limite richiesto, tale versamento sarebbe convertito in ammenda (paga il capitale). Un Paese puo derogare a questo risultato solo se ci fosse una forte recessione che porti la crescita a ridursi a valori negativi dell’ordine di due punti percentuali.

Per restare al di sotto del 3% l’obiettivo e il raggiungimento del pareggio (l’Italia nel 2001 e arrivata vicino all’1% ed intende raggiungere il pareggio nel 2003). Se un Paese raggiungesse il pareggio, in caso di congiuntura negativa, potrebbe tagliare fino al 3% del PIL le imposte e quindi permettere un’espansione della Spesa Pubblica. S’incontra un limite nella virtuosita, cioe quando si raggiunge il pareggio, infatti, se c’e il Bilancio in Avanzo esiste uno stimolo a ridurre le imposte o ad aumentare la Spesa Pubblica che porterebbe ad abbassare il livello dell’Avanzo. . CONCLUSIONI. Al termine di questa breve analisi sul significato dell’unificazione economica e monetaria europea, si puo affermare che, contro ogni critica, i Paesi membri hanno compiuto il primo passo verso la creazione di una Federazione di Stati. E’ vero che, gia, alcuni si sono fermati per strada (Svezia, Danimarca e Regno Unito) per una pausa di riflessione e difficilmente un domani abbandoneranno le proprie strutture economiche per entrare nell’area euro.

Le prospettive di quest’unione, comunque, sono buone perche si avra una maggiore potenzialita di crescita, derivata dalla stabilita economica raggiunta, e quindi maggiore ricchezza anche se il rallentamento congiunturale in atto nel mondo delinea per il breve periodo un quadro d’incertezza. E’ vero che la strada non e conclusa, poiche sono ancora necessarie riforme strutturali sulle quali i Paesi membri devono concentrarsi: esse riguardano il mercato del lavoro, la previdenza, la sanita, il fisco necessarie per fronteggiare le sfide della globalizzazione.

In piu, si tratta di innovazioni necessarie per stimolare lo sviluppo e far crescere l’occupazione. Un’altra prospettiva imminente e rappresentata dalla richiesta di alcuni Paesi di entrare nella UE, dimostrando successivamente di possedere i requisiti trattati sinora. Se cio, da una parte, affascina per le dimensioni che dovrebbe raggiungere la comunita europea ed il peso sempre piu crescente nell’ambito delle relazioni internazionali ed economiche che verrebbe ad acquisire dall’altra preoccupa le difficolta cui si andra incontro per giungere a decisioni e posizioni comuni; chiaramente quest’ultimo aspetto dovra essere particolarmente enuto in considerazione. In conclusione, mi permetto di affermare che e si il caso di goderci questo traguardo raggiunto, ma nello stesso tempo non bisogna perdere di vista gli obiettivi che porteranno alla vera stabilita economica. Torino, li 25 gennaio 2002 Cap. ammcom. Marco CIANCI RIFERIMENTI E BIBLIOGRAFIA R. Dornbusch e S. Fischer, “Macroeconomia”, IL MULINO editore; E. Moroni, “Economia politica”, PATRON editore; il documento “Programma Stabilita Italia” del 2001 tratto dal sito www. tesoro. it; l documento “Rapporto annuale sullo stato dell’Europa” dell’Istituto di Studi ed Analisi Economica; articoli tratti dal sito Internet www. axnet. it/euroitalia/storia. html; l’articolo “Il trattato di Maastricht prospettive di risanamento” di Diego Guidotti tratto dal sito Internet www. sssup. it; articoli tratti dal sito www. miaeconomia. it; l’articolo “Euro, Bce pronta ad intervenire” di Olivia Posani tratto da Quotidiano Nazionale – 29. 05. 01; l’articolo “Bce, cosa hanno detto i banchieri” tratto da Quotidiano Nazionale – 06. 2. 01; articoli tratti dal sito www. ft. com; articoli tratti dal sito www. economist. com; articoli tratti dal sito www. ecb. int; documenti tratti dal sito www. europarl. eu. int/gue/tree/news. html; articoli tratti dal sito www. ilsole24ore. com; articoli tratti dal sito www. mondadori. com/panorama. html; articoli tratti dal sito www. espressonline. kataweb. it; l’articolo “Parametri di Maastricht” tratto dal sito www. itc-belotti. org; documenti tratti dal sito www. europa. eu. org;